05.07.06

Marghera e il ciclo del cloro


Di seguito l'intervento, argomentato e ricco, di un esponente dell'Assemblea contro il rischio chimico riguardo il futuro di Porto Marghera e il sondaggio in corso a Venezia sul ciclo del cloro


Non facciamo come con la siderurgia

Con l'indizione del sondaggio riguardante la permanenza della chimica del cloro, l'Amministrazione Comunale è riuscita abilmente a mantenere una posizione equidistante tra le intenzioni dei promotori e coloro che ne volevano evitare lo svolgimento.

Il comitato promotore è stato in parte scontentato dato che le firme erano state raccolte per promuovere un vero referendum comunale, per vari motivi è stato poi declassato a consultazione per trasformarsi infine in questionario.

Le forze politiche ed i sindacati contrari all'iniziativa sono stati altrettanto delusi dato che la consultazione, pur con un valore sminuito, è stata comunque portata avanti dal Comune. Le azioni concrete che l'amministrazione comunale ha finora intrapreso per affrontare la questione hanno invece dimostrato una posizione più rivolta verso il mantenimento delle produzioni attuali.

Il Sindaco ha più volte espresso il convincimento che gli impianti del cloro a Marghera sono essenziali per la sopravvivenza dell'intero comparto chimico Italiano.

In realtà l'industria chimica in Italia occupa circa 200.000 addetti, prevalentemente occupati in medie aziende ad elevato livello tecnologico, il PVC prodotto a Marghera non ha rilevanza alcuna per queste aziende e tanto meno può determinare scarsità di materia prima da mettere in difficoltà il settore.

Questo orientamento al catastrofismo ricorda il periodo degli anni ottanta, quando è stata dismessa parte della siderurgia italiana. Per giustificare il mantenimento degli impianti siderurgici, inquinanti ed in perdita, si adombravano scenari in cui sarebbe mancato l'acciaio per costruire case, lavatrici o meccaniche di precisione. In realtà le chiusure dell'Italsider di Genova e bagnoli non hanno comportato alcun impatto per l'industria metalmeccanica italiana, che piuttosto ha visto il suo maggior sviluppo proprio dopo quegli anni.

Genova e Bagnoli hanno rappresentato due opposti nella gestione della crisi della siderurgia.
Genova in quel periodo ha saputo governare ed indirizzare le trasformazioni, tutta l'area del porto vecchio è stata ristrutturata e la costruzione del solo acquario ha dato un impulso all'economia ed all'immagine della città ben più importante di quello dell'acciaieria. Nella zona ex-Italsider si è insediato un polo della logistica e terziario che occupa nella stessa area un numero di addetti maggiore che in precedenza.

A Bagnoli è successo il contrario, si è cercato fino all'ultimo di mantenere la produzione, sono stati investiti quasi 800 miliardi di lire di denaro pubblico per il nuovo laminatoio e dopo pochi mesi si è arrivati comunque alla chiusura. A Bagnoli, l’assenza di progetti, la mancanza di fondi già prosciugati dai precedenti sprechi e le difficoltà ad operare in un contesto privo di tessuto economico hanno ridotto la zona ad un deserto economico per molti anni.

Il parallelismo tra la crisi della siderurgia e l'attuale dibattito sulla chimica del cloro è piuttosto nitido, anche oggi, come allora, si cerca di salvare una industria pesante con elevato impatto ambientale e costanti perdite economiche. Il controverso investimento per ammodernare l'impianto cloro-soda di Marghera già nasce con presupposti sospetti, l'Eni dovrebbe effettuare metà dell'investimento per poi regalare l'impianto all'Inglese Ineos, che oltretutto è un suo concorrente su altri mercati.

Questa tipologia di accordi antieconomici fa parte della peggiore tradizione dell'economia locale, le agevolazioni offerte ad imprenditori esterni per salvare l'occupazione si sono trasformate spesso in un regalo di edifici e terreni senza che i posti di lavoro fossero effettivamente mantenuti.

Quando la questione Porto Marghera sarà affrontata a Roma, piuttosto che trattare ancora permessi ed investimenti per il cloro-soda, forse è arrivato il momento di chiedere agli stessi soggetti: Stato, Regione ed ENI proprietaria delle aree, la definizione di un progetto che ridisegni il confine tra terraferma e laguna.

Un secolo fa degli investimenti coraggiosi su Porto Marghera hanno segnato, nel bene e nel male, la storia del nostro territorio e la trasformazione industriale che poi si è diffusa in tutto il Veneto. Ora la nuova economia della regione, sempre più attenta a qualità, immagine e marketing, ha bisogno di una Venezia che diventi vetrina e simbolo dei propri prodotti e del Made in Italy.

Un grande intervento sull’esempio di quelli che hanno cambiato Genova o Bilbao può effettivamente ridisegnare il baricentro della città e restituire al Nord-Est una Venezia da considerare come propria capitale piuttosto che solo una città turistica.
Paolo Mazzolin

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